Tutti conoscono, o credono di conoscere Girolamo Comi, il letterato raffinato, il barone colto, fondatore di accademie. Ma dietro il velluto delle sue rime e la solennità dei suoi titoli si nascondeva un uomo segnato dalle proprie fragilità. È in quelle crepe, nei suoi dubbi e nelle sue spogliazioni, che si trova la parte più autentica della sua storia: un’anima in rivolta contro la volgarità del possesso, un aristocratico che ha scelto di spogliarsi di tutto per restare vestito solo della sua dignità.
Non era un uomo d’acciaio; la sua sensibilità lo portava a soffrire per un mondo che non riusciva più a comprendere.
Mentre il poeta cantava l’universo, l’uomo viveva il peso di un isolamento a volte atroce, cercato per restare fedele a un ideale che il mondo circostante stava dimenticando.
La sua storia non è quella di un successo trionfale, ma di una magnifica “sconfitta” umana. Basta immaginarlo mentre cammina per le stanze della sua dimora svuotate di quei mobili venduti per finanziare il sogno dell’Accademia Salentina. Nonostante il vuoto e le ombre ingiallite sui muri, Comi non appariva povero. La sua fragilità era il suo scudo: non cercava commiserazione, ma la verità.
I titoli delle sue opere sono tappe di questo diario intimo. In Nel vento del tempo si avverte il respiro di un uomo fragile come una foglia, ma saldo come la pietra leccese delle sue terre. in Aristocrazia del sole emerge la sua regalità interiore, mentre nel Canto per il Vangelo si scopre l’umiltà di chi cerca un approdo nel buio. Infine, in Spirito d’armonia leggiamo il tentativo estremo di conciliare le sue contraddizioni: il passato nobile e la povertà presente.
C’è un’immagine che, più di ogni verso, restituisce la statura dell’uomo: Girolamo Comi che attraversa la piazza di Lucugnano sotto il sole a picco, o nel fango dopo un acquazzone. Chi lo incontrava vedeva un uomo dal cappotto liso, ormai consumato dal tempo, ma con le scarpe sempre impeccabili, lucidate con una cura certosina. Non si trattava di vanità, ma di un atto di resistenza metafisica. L’indigenza e il freddo delle stanze ormai vuote di Palazzo Comi corrodevano la struttura stessa del suo essere, ma quella pulizia esteriore era l’ultimo baluardo contro il disfacimento. Lucidare le scarpe ogni mattina significava dire al mondo e a sé stesso che lo spirito non può essere calpestato dalla miseria.
Oggi Girolamo Comi ci lascia un insegnamento che trascende la letteratura: la capacità di abitare il proprio destino con grazia.
Per chi soggiorna a Tricase, una visita a Palazzo Comi a Lucugnano rappresenta un’occasione rara. Tra quelle stanze silenziose e gli scaffali della sua biblioteca, si ha quasi l’impressione di poter “toccare” l’uomo prima ancora che il poeta. È un luogo dove la storia smette di essere accademica per farsi presenza: la si avverte nella luce che invade le stanze e in quella nobile sobrietà che fu la sua vera firma. Vi consigliamo di dedicare un pomeriggio a questo borgo, perché varcare quella soglia significa “incontrare” Girolamo Comi nella sua verità più nuda, riscoprendo un Salento autentico, fatto di spirito, dignità e silenzio.

