Quando si parla di musei, nell’immaginario collettivo, ciò che affiora è una carrellata di oggetti polverosi, o racchiusi in teche di vetro. Il Porto Museo di Tricase, invece, non è un semplice contenitori di reperti, ma un luogo vivo, un “ecomuseo” dove il patrimonio si tramanda attraverso il gesto, la voce e il profumo del legno bagnato.
Appena si arriva sulla banchina, si percepisce qualcosa di diverso. Non ci sono solo yacht moderni, ma una flotta di imbarcazioni tradizionali che ondeggiano come sentinelle di un passato che non vuole essere dimenticato. Qui il concetto di reperto è rivoluzionario: il reperto è la barca stessa, è il maestro d’ascia, è il marinaio che issa la vela latina.
Il progetto, nato dalla visione dell’associazione Magna Grecia Mare, in collaborazione con il CIHEAM di Bari, ha trasformato questo scalo in un avamposto culturale internazionale, dove la tutela della biodiversità marina si sposa con la storia dell’uomo.
La collezione più interessante del museo è la sua flotta e ogni scafo ha una storia che merita di essere raccontata:
- il salvataggio dal fuoco. Molti dei gozzi che oggi ammiriamo in acqua sono stati recuperati a un passo dalla distruzione. Per antica consuetudine, quando una barca di legno terminava il suo ciclo vitale veniva bruciata. Il Porto Museo è intervenuto più volte per sottrarre queste opere d’arte alle fiamme, restaurandole e ridando loro il mare.
- la leggenda del Portus Veneris. Un grande veliero, chiamato impropriamente “caicco”, che porta l’antico nome romano della località. Vederlo navigare con la sua maestosa vela latina non è solo uno spettacolo estetico, ma un atto di resistenza culturale. La tecnica della vela latina richiede una sincronia perfetta, un linguaggio di cenni e richiami che sembra risalire ai tempi delle rotte fenicie.
Il Museo non vive solo in superficie. Lungo la banchina si aprono le cosiddette “Sette bocche”, un complesso di grotte e magazzini ipogei scavati nella roccia. Anticamente usati dai pescatori per riparare le reti e conservare il pescato, oggi questi spazi ospitano mostre e laboratori. Si dice che camminando tra queste cavità, se si presta attenzione, si possa ancora sentire l’eco delle storie raccontate durante le lunghe notti di tramontana.
All’interno delle stanze del museo, tra i ferri del mestiere”, spiccano le nasse di giunco. Non sono semplici ceste, ma capolavori di ingegneria rurale: ogni pescatore aveva un modo unico di intrecciare le fibre, una sorta di firma invisibile che rendeva la sua trappola riconoscibile tra mille.
Quella al Porto Museo di Tricase non è una semplice visita, ma la partecipazione a un rito collettivo. È un perdersi tra le barche ormeggiate, partecipare ai laboratori di marineria, assistere a una dimostrazione di nodi antichi o semplicemente godere del silenzio di un molo che parla di pace e cooperazione tra i popoli del Mediterraneo. Il Porto Museo non finisce a Tricase, ma collega idealmente il Salento con la Grecia, l’Albania, l’Egitto e il Libano. Un ponte culturale a dimostrazione che il mare è il più grande connettore di civiltà.

