Il mare del Salento è il volto che tutti ammirano, ma i borghi del Capo di Leuca ne sono l’anima più profonda. Visitare l’entroterra salentino significa perdersi in un labirinto di vicoli color crema della pietra leccese e del carparo, dove l’architettura si fonde con la leggenda e ogni piazza nasconde una storia che attende solo di essere ascoltata. Immergersi tra le stradine dei centri storici è più di una semplice gita: è un invito a perdersi per ritrovarsi.
Presicce-Acquarica: la città dell’oro e degli angeli.
A pochi chilometri di distanza, Presicce incanta con i suoi palazzi signorili e le sue “case a corte”. Definita la “Città degli ipogei”, custodisce nel sottosuolo di Piazza del Popolo un sistema di grotte così vasto da far invidia a una metropoli. Ma è la leggenda del popolo dei Mascarani a incuriosire i viaggiatori. Si narra che a metà del XVII secolo il feudatario di Presicce, il barone Carlo Bartilotti, governasse il borgo con estrema durezza e avidità. L’episodio centrale della leggenda ruota attorno alla pretesa da parte del nobile di esercitare lo ius primae noctis. Stanchi dei continui soprusi, della miseria e dell’intollerabile offesa all’onore delle famiglie, i cittadini di Presicce decisero di ribellarsi. L’occasione perfetta si presentò durante i festeggiamenti del carnevale del 1655, o forse durante la festa di Sant’Andrea. Si racconta che4 un gruppo di cittadini con il volto coperto da maschere (mascare) si fece largo tra la folla, mentre il barone si affacciava dal balcone del castello per lanciare monete al popolo. Un colpo di archibugio pose fine alla tirannia. Da allora, il soprannome “Mascarani” identifica con orgoglio una comunità che ha saputo ribellarsi al sopruso per difendere il proprio onore. L’anima di Acquarica vibra di leggende nate tra la terra e il sottosuolo. Nelle campagne dell’antico casale di Pompignano, fu rinvenuta la Pila incantata, una grande vasca in pietra oggi custodita nel Castello medievale. La tradizione vuole che sia legata a un’acchiatura: un leggendario tesoro protetto da incantesimi. Poco lontano, la devozione si fa mistero nella Caverna della Madonna della Grotta. Questo antro, frequentato sin dalla preistoria, divenne il rifugio sicuro di monaci basiliani in fuga dalle persecuzioni iconoclaste. I monaci vi lasciarono iscrizioni bizantine e un’impronta sacra così potente, che protesse per secoli il paese dalle feroci incursioni.
Patù e Specchia: enigmi e rifugi.
A Patù il silenzio si fa monumentale nel Centopietre, un mausoleo unico costruito a secco con cento enormi blocchi, provenienti dall’antica città di Vereto. Secondo una delle leggende, fu eretto per onorare il cavaliere Germiniano, messaggero di pace trucidato nell’875 d.c. Secondo un’altra leggenda, era in origine un luogo di culto pagano eretto dalle “Gigantesse di Vereto”, donne dall’imponente statura, dotate di forza straordinaria. A Specchia, invece, il mistero cade sulla nascita del borgo, forse fondato da una nobile matrona romana di nome Lucrezia Amendolara. La leggenda vuole che il nome medievale del paese, Specla de Amygdalis (Specchia dei Mandorli), derivi proprio dal cognome della donna.
Il viaggio continua: altri segreti e leggende del Capo di Leuca
La mappa del basso Salento è una pergamena infinita: quando pensi di averne scoperto i confini, basta svoltare l’angolo di un muretto a secco per ritrovarsi immersi in storie popolate da cavalieri, giganti e antichi sortilegi. Il nostro cammino tra i borghi dell’entroterra riparte da qui, dove la pietra custodisce ancora mille segreti.
Tricase, tra il mito di Federico II e la storia di Tancredi.
Fuori dal centro di Tricase svetta la monumentale quercia Vallonea, nota a tutti come la quercia dei cento cavalieri. La leggenda vuole che nel XIV secolo Federico II di Svevia vi abbia trovato riparo con i suoi cento cavalieri durante un temporale improvviso. Tuttavia, la storia e la botanica ci svelano un enigma ancora più affascinante: la quercia avrebbe tra i 700 e i 900 anni e sarebbe nata nel XII secolo, in pieno periodo normanno, epoca in cui Federico II era già morto (scomparve nel 1250) e che coincide invece con la vita di Tancredi d’Altavilla, re visceralmente legato al Salento.
Alessano e i giganti di Macurano
Spostandosi verso Alessano, la storia incontra il mito nell’insediamento rupestre Macurano. Questo villaggio scavato interamente nella roccia, considerato un gioiello di ingegneria bizantina e rifugio di monaci è avvolto da credenze popolari uniche. Si narra che i solchi profondi scavati nella pietra dalle ruote dei carri romani e medievali (le cosiddette carraie, visibili lungo l’antica direttrice della Via Sallentina), le profonde grotte e i cunicoli fossero opera di antichi giganti, creature pacifiche dotate di una forza prodigiosa, capaci di sollevare enormi massi per terrazzare le colline e difendere il borgo dagli invasori. Oggi, con il termine “giganti” si fa riferimento alla maestosità monumentale dei due enormi frantoi ipogei che dominano il sito.
Salve e la magia delle Fate
Il borgo di Salve incanta con il suo centro storico fortificato, ma è la sua campagna a custodire i racconti più magici. Tra i tratturi che scendono verso il mare, i vecchi del paese raccontano della Grotta delle Fate, un luogo mistico dove si diceva apparissero creature luminose capaci di filare l’oro. Legata a questo antro è la leggenda dell’acchiatura della Taranta, un intero telaio di oro zecchino intessuto dalle fate, tesoro protetto da una maledizione: la grotta è considerata la tana della “madre della taranta”. Se il cercatore mostrava avidità o paura, le fate si trasformavano in ragni, facendolo impazzire o sprofondare nel delirio della “pizzicata”
Gagliano del Capo e il patto col diavolo
Al fiordo del Ciolo, la leggenda narra di un diavolo che tentò di rubare l’anima a un giovane pastore in cambio di ricchezze. L’astuzia del ragazzo lo fece però sprofondare nelle acque gelide, lasciando l’impronta sulla roccia.
Il viaggio tra i borghi non finisce qui. Altre storie aspettano di essere raccontate e ascoltate.

